mercoledì 19 agosto 2009

TAR DEL LAZIO E INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE CATTOLICA

Ricevo dal carissimo Don Gabriele Mangiarotti, direttore del sito www.cultura cattolica.it questo articolo, redatto dall' avv. Stefano Spinelli, Presidente della sezione di Forlì-Cesena dell'Unione Giuristi Cattolici. Poichè si tratta di un testo di grande chiarezza ed efficacia, ho il piacere di proporlo a quanti seguono il mio blog, ringraziando di cuore il caro amico Don Gabriele Mangiarotti, da sempre sul fronte dell'affermazione della Verità e della libertà di cultura.

L’insegnante (di religione cattolica) dimezzato

1. Un insegnante a metà (come il “visconte” di Calvino), un “quasi” insegnante. Deve insegnare (lo dice il nome), ma non troppo. Che cosa debba insegnare, poi, è tutto dire, visto che non deve urtare le suscettibilità di nessuno. Soprattutto quest’insegnante di religione cattolica non dovrebbe parlare di religione cattolica, argomento che – riguardando una scelta “coinvolgente l’interiorità della persona” – lederebbe le altre religiosità interiori.

In ossequio a questo – purtroppo comune ma errato – modo di pensare, si è pensato bene di togliergli anche “il voto”, espressione della sua attività valutativa (ed è noto che un insegnante senza voto è come un cavaliere senza cavallo o un visconte senza contea).

Così, la magistratura ha statuito che l’insegnante di religione non può partecipare “a pieno titolo” agli scrutini scolastici, né può far conseguire crediti formativi agli studenti cosiddetti “avvalentisi”, per presunta disparità di trattamento nei confronti di quelli non avvalentisi: “l’attribuzione di un credito formativo ad una scelta di carattere religioso degli studenti o dei loro genitori, quale quella di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, dà luogo ad una precisa forma di discriminazione, dato che lo Stato Italiano non assicura identicamente la possibilità per tutti i cittadini di conseguire un titolo formativo nelle proprie confessioni (islamica, ebrea, cristiane, di altro tipo) ovvero per chi dichiara di non professare alcuna religione in Etica Morale Pubblica”.

Questa è la novità di oggi, sancita dal T.A.R. Lazio, nella sentenza 7076 (che ha annullato due ordinanze dell’ex Ministro dell’Istruzione Fioroni), pubblicata poco prima di ferragosto, la cui notizia è comparsa sui principali giornali, con seguito inevitabile di commenti e dichiarazione dell’attuale Ministro Gelmini di appellarsi al Consiglio di Stato.

1.1. La sentenza ha annullato le ordinanze ministeriali 26/07 e 30/08, aventi ad oggetto le istruzioni per lo svolgimento degli esami di stato per gli anni scolastici 2006/2007 e 2007/2008, nella parte in cui prevedono che i docenti di religione partecipino a pieno titolo alle deliberazioni del consiglio di classe concernente l’attribuzione del credito scolastico agli alunni che si avvalgono di tale insegnamento.

Il ricorso era stato proposto da varie consulte per la laicità delle istituzioni (tra cui il comitato bolognese scuola e costituzione e quello torinese per la laicità della scuola, nonché il centro di iniziativa democratica degli insegnanti e democrazia laica), da varie associazioni cd. per il libero pensiero, da varie associazioni delle chiese evangeliche, da altre riferibile alle chiese avventiste, alla chiesa battista, alla tavola valdese, alle chiese pentecostali, alla chiesa evangelica luterana, dall’unione delle comunità ebraiche italiane, il tutto sotto la supervisione dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (leggi: Odifreddi).

Colpisce questo mix di chiese, democrazia, ateismo, laicità, libero pensiero, razionalismo.

2. Ma che razza di insegnante è quello al quale sarebbe impedito di partecipare a pieno titolo alla valutazione degli studenti?

È evidente qui la volontà di depotenziare dall’interno l’insegnante di religione, vista l’impossibilità di sopprimerlo come figura ormai presente nel panorama scolastico italiano, grazie all’art. 9 del Concordato, che prevede espressamente l’ora di religione cattolica nelle scuole pubbliche per il suo valore storico-culturale, e grazie alle sentenze della Corte Costituzionale che hanno più volte confermato la legittimità dell’ora di religione (specie con la pronuncia 203 del 1989).

Se è legittima la presenza dell’insegnante di religione cattolica nella scuola pubblica, allora la sua attività educativa e valutativa deve essere quella di tutti gli altri insegnanti.

Un insegnante “intero”, non dimezzato. Altrimenti è un'altra cosa. Altrimenti è tutta una farsa: il Concordato dice che “continua ad essere assicurato l’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica” e i giudici interpretano quella norma nel senso che però quell’insegnamento non è propriamente tale, perché non può essere insegnato da insegnanti-insegnanti, bensì da pseudo-insegnanti, che non partecipano agli scrutini e non danno crediti scolastici né formativi. Il problema non è semplicemente che così si crea l’insegnante di serie B, ma l’esito veramente discriminante è che lo stesso insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica diventa uno scherzo (con buona pace del Concordato).

3. E dove sta scritta la conclusione a cui arrivano i giudici? Da nessuna parte, trattandosi di una loro interpretazione della stessa norma concordataria, alla luce di un malinteso principio costituzionale di laicità dello Stato e di non discriminazione nei confronti degli studenti non avvalentisi.

3.1. Vediamoli allora questi due principi.

Secondo i giudici amministrativi in un “regime di pluralismo confessionale e culturale” lo Stato dovrebbe porsi in condizione di assoluta “neutralità” rispetto alle “differenti credenze religiose” che convivono all’interno delle “moderne società democratiche”, in cui “non può manifestarsi una preferenza per una particolare confessione o fede religiosa”. “Certamente – afferma la sentenza – può essere considerata una violazione del principio di pluralismo il collegamento dell’insegnamento della religione con consistenti vantaggi sul piano del profitto scolastico e quindi con una implicita promessa di vantaggi didattici”, in quanto “le cd. materie alternative spesso o non vengono attivate affatto per mancanza di risorse ovvero nella realtà delle cose si riducono al semplice parcheggio degli alunni in qualche aula”. Di conseguenza, il sistema attuale comporterebbe “che le famiglie laiche o degli alunni stranieri appartenenti ad altre confessioni siano di fatto costretti o ad accettare cinicamente e subdolamente l’insegnamento di una religione cui non credono, ovvero a subire un’ulteriore discriminazione di carattere religioso” ed avrebbe “l’effetto di indurre gli studenti a rinunciare alle scelte dettate dalla propria coscienza… in vista di un punteggio più vantaggioso nel credito scolastico”.

Non par vero, ma questa è la motivazione: trattasi di un caso sotterraneo di “violazione delle coscienze”, per cui lo studente non cattolico sarebbe indotto e costretto ad “abiurare” il proprio credo, il proprio ateismo o agnosticismo… per ottenere un credito scolastico!

In verità, in giro per le scuole pubbliche italiane non vediamo proprio tutti questi studenti correre verso l’ora di religione con l’obiettivo di avere più crediti. Né vediamo alcuna “violazione delle coscienze” nel fatto che l’insegnante di religione partecipi agli scrutini: la “sorte” di uno studente non è certo legata a detto insegnamento (come ognuno ben sa). E comunque, avvalersi dell’ora di religione non vuol certo dire essere o diventare cattolici, o – come detto in sentenza – “accettare l’insegnamento di una religione in cui non si crede” (e subire quindi una “discriminazione di carattere religioso”). Vi può partecipare, infatti, anche chi ha un mero interesse alla cultura cattolica ed alla dottrina della Chiesa. Allo stesso modo, chi studia Dante o Jacopone da Todi – a dire il vero sempre meno – non può certo dirsi, per ciò solo stesso, fedele in Cristo né che abbia “accettato” l’insegnamento che da essi proviene (altrimenti anche in questo caso dovremmo parlare di “discriminazione di carattere religioso”).

Ci sbaglieremo, ma l’argomento sembra abbastanza tortuoso e molto pretestuoso.

A ben vedere, poi, esso presuppone un dato di fatto (e non di diritto) del tutto inconsistente: le materie alternative spesso non vengono attivate. Ma ciò – se anche fosse vero – evidenzia semmai un problema organizzativo, ossia l’attivazione anche degli insegnamenti alternativi (sempre che ve ne sia richiesta, ciò di cui si dubita fortemente). Ma sulla base del solo fatto che “spesso” questi ultimi non vengono attivati, pare non propriamente corretto concludere che… allora i professori di religione non possono più in nessun caso fare scrutini o dare crediti perché altrimenti si altera il principio di laicità dello Stato!

3.1.2. In ogni caso, il ragionamento dei giudici parte da un presupposto che non si condivide (il che non è certo determinante) ma che non corrisponde neppure all’interpretazione delle norme costituzionali così come già offerta – in diverse occasioni – dalla stessa Corte Costituzionale.

Quest’ultima, in particolare nella sentenza 203 del 12 aprile 1989, definisce “il principio di laicità, quale emerge dagli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 Cost.”. Esso “implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale” (a seguito della abrogazione del principio, originariamente richiamato dai Patti Lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato).

Trattasi di definizione adottata “in positivo”: non mera neutralità dello Stato verso le varie confessioni e – per traslato – neppure necessità che le varie religioni abbiano uno stesso identico trattamento e rilevanza nell’ambito dell’ordinamento giuridico (come da molte parti si vorrebbe); bensì garanzia e tutela da parte dello Stato per l’aspetto religioso, in tutte le sue espressioni, ciascuna ovviamente con la sua specificità.

Questa attenzione e questa garanzia ben può assumere “intensità” differenti, in ragione dei contenuti e della cultura religiosa di riferimento

Si badi bene che, proprio sulla base di detto principio, la Consulta ha più volte confermato la legittimità dell’ora di religione cattolica nella scuola pubblica “impartito in conformità alla dottrina della Chiesa”, la cui assicurazione da parte dello Stato è stata motivata sotto un duplice aspetto: a) “il valore della cultura religiosa” in quanto tale, formativo di per sé; b) “tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano” (elemento specifico della religiosità cattolica in Italia) (art.9, co. 2, della Legge 121/1985; e punto 5, lett. a del protocollo Addizionale).

Lo Stato deve quindi assicurare l’insegnamento della religione cattolica, il quale è facoltativo nel senso che soltanto l’esercizio del diritto di avvalersene crea l’obbligo scolastico di frequentarlo.

Una volta verificatasi tale condizione, detto insegnamento è un insegnamento scolastico a tutti gli effetti, soggetto a tutte le regole proprie di ogni insegnamento, sia didattiche che valutative, senza alcuna limitazione, che sarebbe – questa sì – discriminante rispetto agli studenti avvalentisi.

3.1.3. In conclusione, non si può applicare (l’errato) principio di neutralità dello Stato per sostenere l’illegittimità del voto/credito dato dall’insegnante di religione, per il semplice fatto che detto principio, a monte, non è stato applicato per sostenere l’illegittimità dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica, che difatti viene assicurata dallo Stato (a differenza, per esempio delle altre confessioni religiose).

3.2. A queste considerazioni segue anche la ritenuta erronea applicazione – da parte dei giudici – del principio di non discriminazione, che ha riferimento nell’art. 3 Cost.

E’ infatti evidente che, se a posizioni eguali è ragionevole che corrisponda un eguale trattamento, allo stesso modo, a posizioni differenti è ragionevole che corrisponda un trattamento differente.

I giudici sostengono che chi non si avvale dell’insegnamento della religione cattolica è discriminato per il fatto che “lo Stato non assicura identicamente la possibilità per tutti i cittadini di conseguire un credito formativo nelle proprie confessioni (islamica, ebrea, cristiane di altro rito) ovvero per chi dichiara di non professare alcuna religione”.

Anche in tal caso l’argomento pare pretestuoso, se non altro per il fatto che i crediti formativi sono acquisibili anche grazie ad attività eventualmente svolte fuori dalla scuola, esprimendo generiche esperienze da cui possano derivare competenze coerenti con il tipo di corso cui si riferisce l’esame di stato. Essi sono quindi diversificati per ciascun alunno e non certo riconducibili al principio di non discriminazione.

3.2.1. Ma anche in tal caso si vuole andare al nocciolo della questione.

Per il nostro ordinamento – con particolare riguardo all’art. 9 del Concordato – la religione cattolica (pur non essendo più unica religione di Stato) non è sullo stesso piano delle altre confessioni, rappresentando un valore storico-culturale che – volenti o nolenti – appartiene a tutti ed è riconoscibile da tutti. Su questo presupposto, il nostro ordinamento dispone (e ne è stata affermata la legittimità) di continuare ad assicurare l’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica (per chi ne voglia far opzione).

La medesima intensità di garanzia non vige in egual modo per le altre confessioni religiose (il cui insegnamento non è parimenti assicurato dallo Stato).

Orbene, le diverse situazioni di partenza giustificano anche un diverso trattamento: l’assicurazione da parte dello Stato dell’insegnamento della religione cattolica determina la subordinazione degli studenti agli esiti (favorevoli o sfavorevoli, a seconda dello studio o dell’impegno) propri di ogni insegnamento e la loro soggezione alla valutazione anche dell’insegnante di religione.

La medesima regolamentazione non sussiste per altri insegnamenti religiosi. Né questi ultimi possono quindi “limitare” il libero e regolare svolgersi dell’insegnamento della religione cattolica (compresi voti e crediti), accampando a motivo la mancanza di un identica regolamentazione anche per loro.

3.2.2. In conclusione, poiché l’assicurazione dell’ora di religione vale solo per quella cattolica, sulla base dell’inculturazione che la fede ha trasmesso e trasmette tuttora alla nostra società, l’attribuzione di crediti formativi agli studenti avvalentisi non produce discriminazione nei confronti di quelli non avvalentisi, per le cui confessioni religiose non è prevista dall’ordinamento una analoga considerazione e protezione.

4. Si rileva, infine, che le conclusioni cui giunge la sentenza non sono affatto suffragate da alcuna norma giuridica. Anzi. La norma giuridica esiste (art. 9 della Legge 121 del 1985) e dice tutto il contrario della sentenza, assicurando l’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica, purché facoltativo.

Ciò è tanto vero che gli stessi ricorrenti avevano chiesto ai giudici di sollevare la questione di legittimità costituzionale della norma davanti alla Corte Costituzionale. I giudici hanno ritenuto invece di arrivare, con la sola interpretazione della norma “costituzionalmente orientata”, coma va di moda sottolineare oggi, a far dire alla norma qualcosa che non dice assolutamente (ossia che l’insegnante di religione non dovrebbe partecipare a pieno titolo agli scrutini).

In sostanza, si rileva una odierna tendenza giudiziale a riferirsi direttamente alla Costituzione ed alla sua – più o meno estesa ed a volte fantasiosa – interpretazione per innovare l’ordinamento giuridico mediante decisioni che assumono sempre più natura e contenuto di vere e proprie norme giuridiche, bypassando completamente il Legislatore ed il Parlamento nella funzione costituzionale riservatagli.

Si ritiene che detta tendenza (si fa qui riferimento anche al caso Englaro, ove si è utilizzato il medesimo meccanismo di applicazione diretta di norme costituzionali interpretate in modo tale da individuare il principio giuridico inesistente a livello normativo ed anzi profondamente contrastante con altre norme penali vigenti e peraltro chiarissime) ponga un problema di democraticità sotto due aspetti.

a) In primo luogo, la Costituzione contiene per la maggior parte norme cd. di principio, ossia diritti enunciati genericamente o indirizzi programmatici da perseguire.

Ora, più la norma è “di principio” e più la sua gamma di possibili interpretazioni è vasta, arrivando sino a possibili contenuti che mal si conciliano con il testo letterale e probabilmente con la volontà costituente. Il pericolo è peraltro maggiore in quanto spesso la norma costituzionale viene interpretata unita ad un’altra norma sempre di principio.

b) Mediante detto meccanismo la Costituzione viene quindi utilizzata per “riempire” vuoti normativi o per estrapolare dal magma interpretativo un specie di “super norma”, di valore costituzionale, rispetto alla quale conformare l’ordinamento vigente.

Sempre più spesso, cioè, il giudice, attraverso il suo controllo di costituzionalità cd. “diffuso” diventa – lui stesso – legislatore.

Si ritiene che ciò determini un problema di democraticità, non essendo il giudice rappresentativo della volontà popolare al pari del legislatore.

5. Al di là delle argomentazioni giuridiche, si vuole proporre una considerazione finale.

Tutta la sentenza è percorsa da un filo conduttore di fondo, secondo il quale la religione non sarebbe una materia scolastica come le altre, per il fatto che sarebbe “un insegnamento di pregnante rilievo morale ed etico che, come tale, abbraccia quindi l’intimo profondo della persona che vi aderisce” (inoltre “la sfera religiosa spetta indifferentemente tanto ai credenti quanto ai non credenti, siano essi atei o agnostici”). E’ per questo motivo che non potrebbe “manifestarsi un preferenza per una particolare confessione o fede religiosa”, dovendosi “garantire il ruolo imparziale dello Stato”, pena la violazione della libertà di coscienza nelle questioni religiose.

Vi è – in tale assunto – una concezione dissociata di uomo, scisso irrimediabilmente tra sfera materiale e spirituale, tra corpo e anima, tra terra e cielo.

Le due parti non sono connesse: la seconda non può esprimersi in nessun modo a livello cosciente ed esterno, perché è un fatto del tutto personale ed intimo che riguarda la propria coscienza. In un “ordinamento democratico moderno”, caratterizzato da pluralismo e relativismo, la “sfera religiosa” deve annullarsi esternamente, perché una qualunque manifestazione esterna – dalla sfera spirituale alla sfera materiale umana – potrebbe “alterare” il precario equilibrio di coscienze religiose (o atee) diverse coabitanti assieme, ed il ruolo di “gendarme” imparziale dello Stato non potrebbe permetterlo.

In questo modo, trattando il fenomeno religioso solo intimisticamente, si annulla del tutto ogni valore religioso nell’uomo, ma si annulla, del pari, lo stesso uomo, la sua stessa natura, che fortunatamente è un insieme non dissociabile di corpo e anima. Come altrimenti comprendere tutto quanto di materiale (arte, cultura, opere, attività) ci ha lasciato la fede cattolica? Forse che I Promessi Sposi sarebbero pensabili costretti nella sola sfera della coscienza del Manzoni? E la basilica di San Pietro? E la Pietà di Michelangelo? E l’opera di Madre Teresa a Calcutta?

Tutto questo altera le coscienze di chi non ha la fede cattolica?

E lo Stato dovrebbe non riconoscere tutto questo come “proprio” patrimonio storico culturale e religioso, dovrebbe rimanere indifferente, neutrale, per non urtare le coscienze altrui? Non è invece importante che lo Stato si interessi e offra come servizio alla società civile l’opportunità di conoscere quella fede cattolica che ha prodotto tutto questo, mediante un insegnamento scolastico che, essendo opzionale e quindi scelto, non viola alcuna altra libertà di coscienza?

O si crede davvero – in tutta “coscienza” – che la possibilità dell’acquisizione, del tutto eventuale, di un mero credito scolastico alteri la genuinità della scelta e per questo leda le coscienze altrui?


Avv. Stefano Spinelli

Presidente dell’Unione Giuristi Cattolici, Sezione locale Forlì-Cesena

Cassazionista, Dottore di Ricerca in Diritto Costituzionale.

lunedì 17 agosto 2009

L’ARGOMENTO DELLA SETTIMANA - 10 - 16 AGOSTO 2009

INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE CATTOLICA E TAR DEL LAZIO. IGNORANZA, FAZIOSITA’, CONFORMISMO E MILLE ALTRE PIACEVOLEZZE.

Arrivati alle giornate ferragostane, col rilassante spettacolo di Milano che sembra quasi una città vivibile, anche chi (come il sottoscritto) in agosto lavora, ha un po’ di piacevole sensazione di vacanza. I ritmi si allentano, il lavoro cala, tutto è un po’ sfumato, rilassante.

Rilassante? Non sia mai! C’è una categoria che ti fa stare sempre all’erta, perché può sparare i suoi colpi nei momenti più impensati. Mi riferisco ai cretini laicisti, e chi vuole mi dia pure del fazioso per l’unione che faccio tra l’aggettivo e il sostantivo. (per i lettori abituali di Repubblica: “cretini” è l’aggettivo; “laicisti” il sostantivo). Sono infaticabili

Già, perché in questa vicenda della sentenza del TAR del Lazio, secondo la quale l’insegnamento della religione cattolica non può costituire credito formativo, e gli insegnanti della stessa non possono partecipare “a pieno titolo” agli scrutini, ci giocano, oltre a un indiscutibile rabbioso laicismo, anche una sostanziale stupidità, figlia di una madornale ignoranza. Trattasi di due streghe cattive che amano lavorare aiutandosi a vicenda.

Nella nostra magistratura, amministrativa o ordinaria che sia, è molto difficile ormai trovare qualcosa di buono. Ma col passare del tempo si sta evidenziando un ulteriore fattore di peggioramento (come se ce ne fosse bisogno…): l’ignoranza. E mi spiego subito. I giudici del TAR del Lazio erano sicuri, con la loro mirabile sentenza num. 7076, di far parlare di sé (e questa pare la prima preoccupazione del magistrato italiano); e poi facevano parlare di sé sciacquandosi la bocca con paroloni come “la libertà di espressione”, la “pari dignità di tutte le religioni”. Insomma, roba grossa e politicamente molto ma molto corretta, tanto che hanno subito incassato il plauso di un campione del conformismo più noioso, quale è il sig. Marco Pannella, digiunatore in servizio permanente effettivo, diffusore di spinelli, aborti, eutanasie ecc.

Ma se il Pannella è perdonabile, perché ormai da tempo cotto nel cervello, non sono perdonabili dei giudici che ignorano le leggi in vigore. E l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole è regolato dalla legge 25/3/1985 num. 121, che ratifica la revisione del Concordato tra Italia e Santa Sede, dove tra l’altro si legge che “La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado” . Quindi, al più, se i giudici del TAR erano turbati dal dubbio che ci fosse una violazione costituzionale, dovevano sospendere il giudizio ed inviare gli atti alla Corte Costituzionale

Come dicevo, se a chiunque si può perdonare l’ignoranza delle leggi, tanto più considerando che ne abbiamo fin troppe, non sono però perdonabili quanti devono per la loro professione applicare le leggi. Magistrati, poliziotti, eccetera. Altrimenti, accettiamo anche che il medico possa ignorare qualche parte della medicina, o che l’ingegnere possa avere le idee un po’ confuse su come si costruisce un palazzo. E così via.

Ergo, i nostri valorosi magistrati hanno soddisfatto la loro libidine di notorietà, ma hanno anche fatto una misera figura. A che titolo infatti possano discriminare gli insegnanti di una materia il cui insegnamento nella scuola pubblica è previsto dalla legge, è un mistero. E le risposte possono essere solo due. O sono dei grandi ignoranti o sono dei grandi faziosi, che intanto fanno il possibile per usare del loro potere con fini partigiani, ben sapendo che nessuno mai li sanzionerà.

Non è certo la prima volta che troviamo dei magistrati che, anziché applicare la legge (UNICO compito al quale sono deputati), la “creano”. Si pensi ad esempio all’assassinio di Eluana Englaro, “autorizzato” sulla base di nessuna legge da giudici che peraltro nessuno mai condannerà, visto che a giudicarli dovrebbero essere altri giudici…

Quindi, anzitutto, i giudici del TAR del Lazio non hanno fatto il loro dovere, e se l’Italia fosse un Paese dove fosse ancora possibile avere fiducia nella giustizia, e se il CSM non fosse un ridicolo organo corporativo di protezione aprioristica, giudici di tal fatta sarebbero invitati a trovarsi un altro mestiere.

Ma ammettiamo che non fossero tutti ignoranti. E allora non si può dire altro che sono faziosi, e che la loro faziosità non nasce nemmeno da convinzioni ideologiche, bensì dall’antico modus vivendi italico alla Don Abbondio, sempre pronto a prendere la parte del più forte. Attualmente colpire il cattolicesimo è come sparare sulla Croce Rossa. È sicuro che non arriverà mai un colpo in legittima difesa. Ed è estremamente “in”. Chi colpisce la Chiesa Cattolica è sicuro di essere ben accetto a quella parte di Paese (minoritaria, ma per NOSTRA colpa molto più chiassosa della maggioranza) che si riconosce negli sproloqui domenicali di Monsignor Scalfari, o nel cattolicesimo riscritto a proprio uso e consumo da deviati mentali stile Bindi o Prodi.

Non scordiamoci che questo è il Paese che ha visto la vergogna di una Università nella quale si è impedito al Papa di parlare, o ricordiamoci che lo stesso Pontefice fu rappresentato (da qualche “artista” molto alla moda) come un vecchietto alquanto ripugnante e pervertito, in una mostra a Milano. E tale insulto restò esposto per diversi giorni, prima che il sindaco in persona se ne accorgesse e lo facesse rimuovere. Non scordiamoci che il nostro è il Paese in cui un padre omicida, Beppino Englaro, è andato in giro per le scuole a spiegare ai giovani quanto è bella la sua perversione morale. Né sono mancate Università che hanno chiamato a far lezione ex terroristi. In questo guazzabuglio, c’è spazio per tutti.

Mi viene in mente una frase di Giorgio Pisanò, e siete liberi di scandalizzarvi se la trovate troppo volgare: “In Italia ogni coglione che abbia da dire due o tre idiozie trova un uditorio”.

Ma vogliamo anche fare un’ipotesi assurda per salvare i miserrimi magistrati? Facciamola. L’Italia è in effetti sull’orlo di un tremendo abisso, la dittatura clericale ormai è alle porte, liberi pensatori e quanti non professano la religione cattolica vengono deportati in luoghi segreti, dove vengono condannati ai lavori forzati. Ecco che alcuni giudici valorosi, con sprezzo del pericolo, decidono di bloccare almeno nelle scuole l’avanzata del tremendo rullo compressore clerico-fascista.

E così fanno la figura dei fessi. Già, perché non conoscono più la distinzione fra catechesi e insegnamento della religione. Infatti lo scopo preciso della catechesi è la formazione del credente, e questa si fa nelle Parrocchie con le lezioni di catechismo, alle quali i genitori sono liberissimi di scegliere se mandare o no i propri figli.

L’insegnamento della religione cattolica è invece (lo dice la stessa parola) l’insegnamento di una tradizione religiosa che è parte fondante e non certo secondaria della nostra cultura, e che ha influenzato letteratura, arte, architettura, diritto e molte altre materie. L’insegnamento della religione cattolica non ha affatto lo scopo di convertire lo studente non credente, bensì di rendere edotti, credenti e non credenti, su una serie di valori religiosi e culturali che sono gli stessi che, nel VII secolo, permisero all’Europa, che era ormai ricaduta nella barbarie con la fine dell’Impero Romano d’Occidente, di rinascere e di ritrovare forme di convivenza civile, sulla spinta di quel formidabile movimento non solo religioso, ma anche sociale e culturale, che fu il monachesimo.

Liberissimo lo studente di restare ateo tutta la vita. Ma senza dubbio sarà meno preparato dal punto di vista culturale chi non conosce la religione cattolica che, tutt’oggi, senza che più ce ne rendiamo conto, influenza la nostra vita anche nei rapporti civili. Chi non la conosce capirà molto di meno ampi periodi della letteratura, della filosofia, che sia in positivo, sia in negativo, trovarono la loro fonte nella religione cattolica.

Qualcuno si chieda perché anche nel più sperduto paesino vediamo svettare un campanile, perché facciamo festa la domenica, e a Natale e a Pasqua, perché viviamo proprio nel 2009 e non in qualche altro anno. Lo so che sto dicendo banalità, ma qui ormai si scorda anche il banale buon senso, che ci dice che la nostra è una civiltà cristiana, sviluppata attraverso la Chiesa cattolica, e che da essa ha sempre attinto, fino a pochi anni fa, anche le proprie basi morali.

È una civiltà cristiana nella quale a nessuno è stato imposto di essere cristiano. E anche questo dovrebbe suggerire qualche riflessione ai nostri rabbiosi laicisti.

Ora, è semplicemente ridicolo voler togliere valore all’insegnamento della religione cattolica (che tra l’altro, ricordiamolo, è facoltativo), perché allora tanto vale togliere valore anche alla Divina Commedia, a qualche migliaio di opere d’arte, tra Chiese e monumenti e pitture, o a tutta la Storia di fenomeni sociali di eccezionale portata quali (tanto per fare un esempio) il movimento cooperativistico, o le istituzioni ospedaliere.

In una scuola in cui un corso di danze caraibiche vale come “credito formativo”, un pugno di giudici in cerca di notorietà decreta che l’insegnamento della religione cattolica non può avere valore.

Sono stupidi o in malafede? Torno alla domanda di prima e non pretendo di dare una risposta.

Di certo però c’è una considerazione da fare. Certamente l’assurda sentenza del TAR del Lazio verrà annullata dal Consiglio di Stato, dove si spera siedano dei giudici con un po’ meno segatura al posto del cervello. Però intanto qualcosa si è fatto, e magari qualche altro TAR, qua e là, potrà emettere sentenze analoghe. Qualcosa si è fatto, e precisamente si è ottenuto lo scopo di gettare un po’ di confusione e di disorientamento tra gli studenti e le loro famiglie. Sicché non sarebbe davvero strano se meno studenti, nel dubbio, scegliessero di frequentare l’ora di religione, optando per corsi alternativi, dalla gastronomia uzbeka, allo studio degli animali nel deserto del Sahara. Perché di sicuro nessuno metterà mai in dubbio la validità, come crediti formativi, di corsi di tutti i generi, magari anche i più strampalati.

E così avremo sempre più giovani totalmente ignoranti circa la Chiesa cattolica e la sua tradizione. E sarà molto ma molto più facile continuare nel tentativo di demolizione e di diffamazione della Chiesa stessa.

Del resto, qualcuno deve pur portare a compimento uno dei grandi sogni di Hitler: la distruzione della Chiesa cattolica.

PS: la “laicizzazione” non è certo una novità e colpisce tutti i settori. Né è iniziata da oggi. Due esempi significativi: il cartone animato della Walt Disney, “Dumbo” e il film di Stanlio e Ollio, “Fra Diavolo”. Due piccoli capolavori nel loro genere, che divertono tutt’oggi, a decenni dalla loro produzione.

Ebbene, nel cartone animato “Dumbo”, il piccolo elefante viene portato ovviamente da una cicogna alla mamma elefantessa, che lo attende con ansia. La cicogna, in abito da postino, al momento di consegnare il fagotto che contiene il piccolo, dice “un regalo da Gesù, per amarlo sempre più”. Questo nella versione originale. A partire dai primi anni ottanta nelle videocassette di questo cartone animato la parola “Gesù” è scrupolosamente tolta, e la cicogna si limita a dire alla mamma elefantessa di firmare il bollettino per ricevuta.

Nel film “Fra Diavolo”, insieme alla vicenda principale, che vede gli spassosi pasticci combinati da Stanlio e Ollio, divenuti loro malgrado servitori del famoso bandito, c’è anche una storia d’amore. La figlia dell’oste è innamorata di un giovane ufficiale, ovviamente povero, ma il padre le impone le nozze con un giovane tanto ricco quanto antipatico e vanesio. Arriva il giorno delle indesiderate nozze e verso l’osteria che è il luogo della vicenda si avvicina il corteo che accompagna lo sposo. Ci sono giovanette che danzano e gettano fiori, ci sono giovanotti che cantano e c’è un frate che procede in silenzio. Chiaramente si tratta del celebrante. Anche in “Fra Diavolo” le successive versioni in videocassetta hanno visto il taglio della censura laicista: il corteo è sempre lo stesso, ma è stato eliminata la figura del frate. Non si sa bene chi celebrerà il matrimonio, ma non sia mai che si tratti matrimonio religioso…

Non vi ho dato che due esempi di quanto dicevo in apertura: i cretini laicisti sono infaticabili.

domenica 9 agosto 2009

L’ARGOMENTO DELLA SETTIMANA - 3 – 9 AGOSTO 2009

ANCORA SULLA RU486: E ANCORA UNA VOLTA FINI PERDE UN’OTTIMA OCCASIONE PER STARE ZITTO.

Non sarei tornato così a breve sull’argomento della RU486, il nuovo ritrovato omicida, la cui commercializzazione è stata da poco autorizzata in Italia. Ne ho già parlato, ne hanno parlato voci ben più autorevoli della mia, e soprattutto la Chiesa ha assunto un atteggiamento che non lascia, grazie al Cielo, alcun spazio ad equivoci.

Ma l’ineffabile Gianfranco Fini costringe a ritornare sull’argomento. Perché? Perché il senatore Gasparri, presidente del gruppo PdL al Senato, ha confermato che promuoverà al Senato un’indagine conoscitiva sulla pillola RU486. le cose da chiarire in effetti non mancano, e anche quanti (Dio li perdoni!) sono favorevoli all’aborto legalizzato dalla famigerata legge 194, dovrebbero avere il desiderio di capire meglio alcune cose, non ultima delle quali i possibili pericoli per la vita della madre, nonché la singolare fretta con cui ha agito l’AIFA (Agenzia Italiana per il Farmaco), proprio all’inizio dell’estate (con l’opinione pubblica che ha in testa prevalentemente le vacanze), e senza alcuna urgenza specifica che spiegasse tale fretta. Ricordiamoci infatti che la pillola RU486 non è un “farmaco” inteso in senso corretto, ossia qualcosa che serva a far star meglio un malato, o a salvargli la vita. È, a tutti gli effetti, un mezzo omicida. Serve ad accoppare.

Orbene, Gasparri vuole promuovere l’indagine conoscitiva e può farlo perché, dichiara lui stesso, “Con tutto il rispetto dell’AIFA, il Parlamento è molto più importante ed è legittimato dal voto dei cittadini”. Insorge Gianfranco Fini: “E’ originale che il Parlamento si debba pronunciare sull’efficacia di un farmaco… c’è l’Agenzia del farmaco che si è già pronunciata, non vedo cosa c’entri il Parlamento”.

Ora, Fini non è un fesso. Quindi quanto ha detto è frutto di pura malafede. Gasparri non ha parlato di “efficacia” del farmaco, ma di indagine conoscitiva su tutta la vicenda della RU486. e se in questa situazione c’è qualcosa di “originale”, è proprio il fatto che il presidente della Camera scopra che ci sono materie su cui il Parlamento non può intervenire. L’Agenzia del farmaco non è un impero sovrano i cui dettati sono da accettare a capo chino, ispirati dal Cielo. Fini, che ancora pochi giorni fa si doleva del frequente ricorso alla decretazione d’urgenza e alla fiducia, che impedirebbero al Parlamento di discutere liberamente un progetto di legge, ora scopre che però ci sono materie su cui il Parlamento deve stare zittino e buono. Chi poi sia abilitato a distinguere tra le materie “discutibili” e quelle “sacre e intoccabili”, non si sa. Per ora questo arduo compito se lo è assunto il presidente della Camera, Gianfranco Fini.

Fini non è un fesso, e conosce la Costituzione. A chi appartiene il potere in Italia? Al popolo sovrano, che lo esercita attraverso i suoi rappresentanti, che sono i parlamentari. Ergo, il Parlamento è sovrano e decide su cosa voglia o non voglia discutere. Se domani Camera e Senato decidessero di dedicare intere sessioni alla pesca dei molluschi o al tricot, nessuna autorità potrebbe avere nulla da eccepire. Sarebbe certo un caso da psichiatria, ma, ripetiamo, è il Parlamento che è sovrano, perché rappresenta quel popolo che è appunto sovrano.

È ipocrita voler difendere questa sovranità quando fa comodo e scordarsene al momento buono. È ipocrita dichiarare “indiscutibili” le delibere di una Agenzia che non è sovrana di nulla, ma semplicemente esercita le attività che le sono indicate dalla legge, né soprattutto ha la sua legittimazione nel voto dei cittadini, mentre Gasparri ha molto opportunamente chiarito che il Parlamento è legittimato dal voto.

Non più di due o tre mesi fa, alcuni parlamentari sinistrati, probabilmente affetti da qualche problemino, avevano proposto, con totale sprezzo del ridicolo, che il Presidente del Consiglio si presentasse alla Camera per parlare del suo divorzio. Era una pretesa da deficienti, perché non si vede a chi possa interessare questo argomento, se non ai coniugi Berlusconi. Come mai allora Gianfranco Fini, che riesce così bene a discernere le competenze di tutto e di tutti, non intervenne per dire: “Signori, cerchiamo di non fare i buffoni, il Parlamento si occupa di politica”?

Ma Fini, si sa, ha i suoi problemi. Per anni ha scalpitato per liberarsi dalla presenza ingombrante di Berlusconi, sapendo però bene che senza Berlusconi AN non sarebbe mai arrivata al Governo e sapendo bene che la creazione del PdL era necessaria per avere una destra unita ed efficace. E poiché nella sua pur prestigiosa poltrona Fini si considera messo in freezer (e un poco, effettivamente, lo è), da tempo ormai ci fornisce dichiarazioni e atteggiamenti per cui non si capisce più chi sia e cosa pensi di rappresentare. Di sicuro le “esternazioni” di Fini sono sempre in linea con quel conformismo becero e ultraconservatore proprio della sinistra.

E per la RU486 non ha fatto eccezioni. Poiché l'aborto è materia sacra per i sinistrati, ecco che Fini subito si schiera a difesa della discutibilissima decisione dell’AIFA e arriva a dire una fesseria che come presidente della Camera è gravissima, ossia che ci sono argomenti su cui le Camere non possono intervenire.

Dicono alcuni che Fini si comporti così perché aspira al Quirinale e quindi vuole rendersi accettabile a una sinistra, facendo nel contempo conto sui suoi fedelissimi a destra. Ma probabilmente sbaglia i conti, perché molti dei suoi “fedelissimi” si stanno realmente rompendo le scatole, vedendo il loro ex segretario che sembra sia diventato un seguace della setta orfica “Scalfari-Repubblica-Espresso”, il cui motto è: “conformismo conformismo, conformismo”.

Comunque speriamo invece che l’indagine conoscitiva si faccia e si faccia seriamente. A prescindere dal fatto, ASSOLUTAMENTE INDISCUTIBILE, che la RU486 è un mezzo omicida, ci sono tante cose da chiarire, non ultima delle quali l’effettiva pericolosità per la madre. Per il figlio non c’è nulla da chiarire, perché per lui, poveretto e indifeso, c’è comunque l’uccisione. Anche monsignor Fisichella, presidente della Pontificia Accademia della Vita, ha dichiarato che “non si capisce come mai si sia intervenuti con molta urgenza da parte dell’AIFA ad approvare la pillola…”

Già, perché tanta urgenza? Ce lo chiedevamo anche prima, considerando che la RU486 non è certo un farmaco salvavita. È l’esatto opposto.

Di sicuro, si è deliberato mentre gran parte dell’opinione pubblica era distratta dall’inizio delle vacanze.

Ma poi io mio pongo un’altra domandina. Me la pongo perché sono di natura cattivissimo e diffidente . E la domanda è questa: IN TUTTA QUESTA SQUALLIDA VICENDA, IN CUI SI FORNISCE UN MEZZO IN PIU’ A MADRI SCIAGURATE PRONTE A UCCIDERE IL PROPRIO FIGLIO, NON GIOCANO ALCUN RUOLO I PROFITTI CHE DERIVERANNO ALLA (O ALLE) CASA/E FARMACEUTICHE CHE PRODUCONO LA RU486 E ALLE QUALI SI APRE UN NUOVO MERCATO PER MILIONI E MILIONI DI PILLOLE DA PRODURRE E VENDERE?

Naturalmente solo la mia perversa cattiveria può generare questi dubbi. Ciò che preme agli apostoli della libertà della donna è solo, appunto la libertà della donna. Libera di uccidere. Bella roba e Bella Ciao. I soldi, è arciovvio, non c’entrano nulla.

sabato 8 agosto 2009

CONTRO LA RU486, PILLOLA PER UCCIDERE

Con grande piacere pubblico questo articolo, trasmessomi dal Comitato Verità e Vita:


Il Comitato Verità e Vita invita alla lettura dell’editoriale a firma di Tommaso Scandroglio, pubblicato su Avvenire del 8 agosto.

E’ un articolo splendido perché, come sempre ha fatto Verità e Vita, attacca la pillola perché abortiva, più che perché nociva alla donna (vittima insieme col suo bambino!).

La segreteria

«A DEGUARSI» AD ALTRI P AESI NON GIUSTIFICA L ’ ADOZIONE DELLA R U 486
Il grimaldello dell’Europa per scardinare la vita


T OMMASO SCANDROGLIO


Uno degli stratagemmi più usati per far passare talune idee – che si sanno o s’intuiscono non condivise dalla maggioranza del Paese – è quello di prendere come modello da imitare le leggi di altri Stati. Si sente spesso ripetere come un mantra che l’Italia è fanalino di coda dell’Europa se non del mondo nella sperimentazione sugli embrioni, nell’accesso alle tecniche di fecondazione artificiale, nel riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali... Da ultimo si è fatto ricorso a questo espediente anche per la Ru486, farmaco dagli effetti abortivi approvato pochi giorni fa dall’Agenzia italiana del farmaco.
Per perorare la causa dell’aborto farmacologico si è fatto leva, tra le altre, su due argomentazioni affette entrambe da esterofilia acuta: ormai sono più di una ventina i Paesi europei in cui la Ru486 è stata adottata; nel 2007 la Commissione europea ha dato il via libera a questo preparato facendo proprio il parere dell’Emea, l’Agenzia europea del farmaco. In buona sostanza ci viene detto che se altri Paesi, in numero così elevato e con il beneplacito di un organismo sovranazionale, hanno deciso di commercializzare la Ru486 ciò sta automaticamente a significare che questo preparato è dalla parte della salute della donna e che l’Italia è colpevole di essere arrivata così in ritardo a questo importante appuntamento in materia di interruzione volontaria della gravidanza. È proprio così? Proviamo ad analizzare queste obiezioni.
Il metro di paragone per comprendere se una legge, un semplice provvedimento amministrativo o una decisione tecnica come quella dell’Aifa sono leciti sul piano morale non può essere dato dal confronto con le esperienze di altri Stati o dal fatto che esista il beneplacito di un organo internazionale. Ciò che è stato ritenuto legittimo in una nazione non lo diventa per ciò stesso in un’altra, fosse pure confinante. Pare quasi banale ricordarlo. Ogni Stato – si sente ripetere sovente – è sovrano nel suo territorio. La pietra di paragone per assegnare la patente di liceità sul piano etico e la legittimità sul versante giuridico risiede nel confronto con il bene comune. È di immediata evidenza che la soppressione di un essere umano, perdipiù innocente, lede il bene comune: tant’è vero che – volendo fare gli esterofili anche noi – non esiste al mondo un ordinamento giuridico che non punisca l’omicidio. La Ru486 è un mezzo, oltre a quello chirurgico, per sopprimere un piccolo essere umano, e nessuna Commissione europea né alcuna legge di qualsiasi Stato potrà mai cambiare la natura di questo fatto così drammatico: contra facta nihil valent argumenta .
Inoltre, in merito al giudizio espresso dalla Commissione europea, da un punto di vista puramente giuridico non siamo in presenza di un atto che ha natura assolutamente obbligatoria per gli Stati come potrebbe essere un regolamento o, in misura diversa, una direttiva. Si tratta né più né meno di un atto di approvazione che non vincola nessuno Stato ad adottare la Ru486. Curioso poi che si faccia a monte una selezione all’ingresso delle leggi straniere che dovrebbero essere emulate nei nostri confini. Chissà perché non si ode un simile vociare per importare da noi le norme che permettono in Francia lo sfruttamento dell’energia nucleare, o quelle cinesi sul lavoro subordinato. Sì, proprio la Francia, Paese che viene sempre indicato come esempio perché fu il primo, nel lontano 1988, ad adottare la Ru486. Se vogliamo essere proprio esterofili e avere lo sguardo aperto sul mondo, facciamolo nella consapevolezza di cosa provoca la pillola abortiva in qualunque parte del pianeta venga somministrata: la morte di chi sta per nascere. E il dolore per la morte di un bambino non ha confini.

lunedì 3 agosto 2009

LE VACANZE NON FERMANO LA MARCIA INESORABILE DEGLI IDIOTI

Chiunque abbia a cuore il bene dell'Italia non può non gioire per ogni notizia che riguardi l'ammirevole costanza con cui la sinistra sta andando in decomposizione. Lasciamo un attimo da parte le buffonate per conquistare la poltrona di segretario del coso, del PD, e leggiamo una notizia da ADN Kronos. Di Pietro, l'assassino della sintassi e della grammatica, nonché l'uomo dei Valori (infatti la decina di appartamenti che possiede devono avere un bel valore...), ha espresso tutto il suo compiacimento per la nascita del Movimento politico personale del guitto Beppe Grillo che, dotato di poche idee ma ben confuse, dopo aver rotto gli zebedei al coso, al PD, per averne la tessera, ha spiegato che lui con la tessera ci fa la birra, perché fonderà un nuovo Movimento politico.
Il Di Pietro, nell'apprendere le novità del Grillo, ha dichiarato che loro due alleati potranno salvare l'Italia. Io credo che gli unici che possano tremare siano personaggi come Aldo, Giovanni e Giacomo, oppure il gruppo di Zelig, che vedono nascere un formidabile concorrente che riuscirà a far sbellicare dalle risa l'italia. Solo a immaginare cosa potrà nascere dall'unione di due tali cervelli (?) c'è da restare in estasi. Più che altro dovranno far attenzione a vicenda, perchè Di Pietro si è mostrato bravissimo nel fregare i quattrini dei rimborsi elettorali spettati ad altri, mentre il Grillo pare abbia, tra gli altri, il vizietto di pagare male e in nero i collaboratori. Insomma, più che tirare a vicenda a fregarsi, resta un po' difficile comprendere cosa mai potranno combinare.
Certo, ci delizieranno con stupendi discorsi in cui, con gli occhi stralunati, ci spiegheranno che l'Italia sta scivolando nel baratro della dittatura, eccetera. Per fortuna gli italiani non sono così fessi come i due compari sperano, e come sempre raccoglieranno ben poco di voti.
Resta il fatto che il futuro segretario del coso, del PD (sia esso l'indagato per omicidio
Marino o il suo degno complice Englaro, o l'ebetoide SuDario) dovrà stringere alleanza con la congrega dei matti, perchè il coso, il PD, da solo, ormai si è specializzato nel perdere voti a ogni turno elettorale.
Il futuro della sinistra è quindi nelle mani di un partito, il coso, il PD, in agonia, e da un Movimento di forcaioli scatenati, che non sanno con precisione di cosa accusare i loro nemici, ma chiedono comunque la pena capitale.
Che panorama! Le nostre più sentite (ma sinceramente non addolorate) condoglianze

domenica 2 agosto 2009

L’ARGOMENTO DELLA SETTIMANA - 27 LUGLIO – 2 AGOSTO 2009

VIVA LA MORTE !!

Gioite ed esultate. Anche in Italia abbiamo fatto il passo in più verso la barbarie, verso l’omicidio sempre più libero, verso l’appannamento totale delle coscienze. Per non essere da meno nel festival dell’incoscienza che rallegra il mondo, anche in Italia potrà essere usata legalmente la pillola RU486. Un vero passo da gigante sul cammino della civiltà.

Adolf Eichmann, efficientissimo organizzatore dello sterminio del popolo ebraico, ebbe occasione di esternare la sua preoccupazione perché le fucilazioni di ebrei o, peggio ancora, l’uccisione uno ad uno con un colpo di pistola alla nuca, rischiavano di “turbare” le SS, se non addirittura di “imbarbarirle”. È infatti noto che questo corpo militare-politico era costituito per lo più da spiriti candidi, sensibili e delicati. La soluzione si trovò nell’omicidio che potremmo chiamare “tecnicamente indiretto”. Qualche centinaio di prigionieri ebrei stipati nella camera a gas, una leva da abbassare per aprire le valvole del letale gas “Zyklon B”, e poi lo sgombero dei cadaveri veniva effettuato da altri prigionieri a ciò comandati. Precdentemente eran stati sperimentati anche gli autobus sigillati, in cui i passeggeri venivano uccisi usando lo stesso gas di scarico del motore, ma il sistema era lungo e malpratico.
Quindi nessuno uccideva. C’era chi mandava nelle camere a gas, c’era chi abbassava la leva. Ognuno di questi atti “allontanava” la vittima dal carnefice, rendendo più facile il compito di quest’ultimo. In criminologia si parla di “neutralizzazione” del crimine, quando il criminale riesce a trovare l’escamotage psicologico per sentirsi estraneo al delitto che invece la legge gli addebita. Per assurdo, potremmo avere l’omicida che si difende asserendo che in verità chi ha ucciso la vittima non è stato lui, bensì il proiettile uscito dalla pistola che lui impugnava…

La RU486 è un ottimo strumento di neutralizzazione del crimine di omicidio. Io credo che anche al più freddo dei medici abortisti possa fare qualche impressioncella dover alle volte estrarre pezzi di cadavere dall’utero materno. Molti aborti infatti avvengono così, anche perché il feto, poverello, né è molto robusto, né ha la possibilità di difendersi. Spesso lo si accoppa nell’utero materno e poi lo si tira fuori a pezzi. Ora tutto questo turbamento viene superato. Una pillolina, e via!

Francamente, questi “progressisti” (che non fanno progredire un bel nulla) li capisco sempre di meno. Si direbbe che vivano di due ossessioni. La prima, tutto sommato inoffensiva nella sua infantile stupidità, è quella di distruggere politicamente Silvio Berlusconi. Il governo Prodi è stato da molti rimosso dai ricordi, comprensibilmente, perché più che un governo era un casino. E allora è bene ricordare che l’accozzaglia di gente (chiamarli ministri mi sembra eccessivo) che componeva quel governo trovò un po’ di concordia principalmente nello smontare i provvedimenti presi dal governo Berlusconi che li aveva preceduti. Ora che sono tornati del tutto in minoranza, anziché far politica, cercano di continuo di soffiare sul fuoco di scandali e scandaletti più o meno inventati per la loro eterna e maniacale guerra a Berlusconi. Ma qui, come dicevamo, sono inoffensivi, come tutti gli scemi.
Ma la seconda ossessione è invece terribile: è la morte. E qui appare chiaro come ormai la nostra “politica” vada letta in chiave psichiatrica. La morte, mi si scusi la banalità, è l’opposto della vita, è la sua fine, la sua negazione. Ripeto, mi rendo conto di aver detto una banalità enorme, ma qui se non si torna al banale buon senso comune, si finisce tutti in malora. Pochi mesi fa, in febbraio, è stata celebrata la grande festa dell’eutanasia, ottenendo anche il sovvertimento logico terribile di indurre un genitore, Beppino Englaro, chiaramente debole mentalmente, a voler dare la morte a una propria creatura. E questo è un atto contro natura, perché è normale, ripeto normale, che un genitore difenda la vita del figlio, anche contro ogni logica. Si è praticata una forma di eutanasia di una crudeltà senza pari (far morire per fame e sete) e tutti gioivano. Ora si può gioire perche viene ulteriormente facilitata quella forma di omicidio volontario che non bisogna neanche più chiamare “aborto” ma “interruzione volontaria della gravidanza”, in attesa che i falsi pudori degli ipocriti trovino ancora un altro nome.
Fantastica invenzione la pillola RU486. perfetta neutralizzazione del crimine. Un sorso d’acqua, e, oplà, è fatta!
Quanti fastidi in meno, quanto tempo risparmiato!
Ergo, uccidiamo i malati, perché danno fastidio (eutanasia); uccidiamo i bambini, perché danno fastidio (aborto). Signori, tutto questo è fanatismo per la morte. Siamo alla deriva mentale completa, perché questa gente sogna un avvenire che sarebbe perfetto realizzando la profezia finale di Zeno Cosini. Immagino che per i nostri amici progressisti, ammesso che seguano il mio blog, questo voglia dire ben poco. Loro leggono Repubblica, che aggiorna sulle memorie della puttana di turno. Vadano a leggersi Italo Svevo, e sapranno di cosa sto parlando.

Comunque, viva la RU486, che porterà con sé, oltre a un bel numero di morti ammazzati in più, un aumento di disordine nella vita affettiva dei giovani, la cui età media per il primo accoppiamento è già paurosamente bassa. Chiedo scuse alle orecchie delicate, ma parlo di accoppiamento, perché ormai siamo al puro soddisfacimento dell’istinto sessuale. Come le bestie.
Il disordine affettivo non potrà che aumentare, perché chi già si accoppia nei cessi delle discoteche con la massima indifferenza, lo farà ancora di più, perché la società laica, progressista, eccetera eccetera ha ulteriormente facilitato l’iter per sbarazzarsi dell’eventuale “incidente”. Chi vorrà accoppare il bambino magari perché la nascita coinciderebbe con la partenza per le vacanze, sarà ulteriormente facilitato. Chi vorrà accoppare il bambino perché teme nuove smagliature sul pancino, che renderebeero imbarazzante mettersi in costume da bagno, è ulteriormente facilitato. Eccetera.

Viva la RU486, ulteriore strumento per rendere sempre più facile l’omicidio! E viva l’eccezionale business che le aziende farmaceutiche realizzeranno, nonché le ricche royalties che spetteranno all’inventore di questa fantastica pillola che, ovviamente, ha detto che a lui interessa solo difendere la libertà della donna.
Curioso concetto di libertà, che passa attraverso la soppressione di un essere umano innocente e indifeso.

La Chiesa cattolica ha subito chiarito che l’uso della RU486 è assolutamente inaccettabile, poiché la pillola in questione altro non è che un abortivo, e pertanto chi ne fa uso, come chi la prescrive, è soggetto alla scomunica. Non credo che la scomunica interessi molto il nostro mondo “progressista”, ma comunque interessa protestare perché la Chiesa “interferisce” con la libertà dello Stato laico, e altri bla bla del genere. E invece, ancora una volta, la Chiesa è l’unico baluardo a difesa della vita, né i suoi ammonimenti sono rivolti solo ai fedeli, ma a tutti gli uomini che non abbiano ancora smarrito il senno, che ancora siano in grado di ricordare che la morte è la negazione della vita, né potrà mai essere definito “esercizio di un diritto” il fatto di dare la morte a un innocente. Questo, signori, è puro buon senso, quello che già richiamavo prima e senza il quale una Società è destinata a disfarsi.

Un’ultima noterella: con quale schifosa faccia di tolla (per non dir di peggio) è possibile sbraitare contro la pena di morte, e poi accoppare con somma indifferenza ogni anno decine di migliaia di bambini?

sabato 1 agosto 2009

SQUALLORE MASSIMO

Velocissimo. Leggo stamattina su un'Agenzia che la signora Patrizia D'Addario, di professione puttana, è stata intervistata da Rai2 sui suoi progetti. Ha detto un cumulo di fesserie che non sto nemmeno a riportare. Peraltro, trovandosi a Parigi per una festa in suo "onore" (resta da capire dove si trovi l'onore), blaterando ha anche confuso Lourdes con il Louvre. Fine intelletto.
Questa squallida personaggia viene portato alla ribalta e diventa inevitabilmente modello. Meraviglioso messaggio per le giovinette: figliole, fate le puttane, e poi magari anche le ricattatrici. Diverrete famose e farete soldi, l'unico valore che sembra interessare.

noterella finale: l'anno scorso fui intervistato da Rai1, e la mia intervista finì relegata in un programma notturno e messa in onda, più o meno, alle 3 e mezzo del mattino. Come si può notare, un orario di grande ascolto!
Di cosa parlavo? Ma di una sciocchezza, una quisquilia, una pinzillacchera. Parlavo di quanto stavamo facendo, io e alcuni amici di Storia Libera, per salvare la vita di Eluana Englaro. Come si può vedere, un argomento molto meno interessante delle gesta di una puttana.

Non vi pare che questa Italia sia leggermente alla deriva?

PS: la puttana D'Addario comunque può ringraziare Repubblica e Espresso, che con grande professionalità l'hanno trasportata dalle alcove a tariffa alla notorietà internazionale.